Autorete
di Massimo Gramellini vice Direttore de La Stampa
Un
calciatore del Cagliari, Daniele Dessena, è stato pesantemente
insultato sul web da alcuni tifosi della sua squadra per avere
indossato dei lacci color arcobaleno a sostegno della campagna contro
l’omofobia. Una vicenda che ha subito propiziato nuovi sermoni
contro l’arretratezza del maschio italiota. Sono andato a leggere i
commenti incriminati: saranno stati una ventina. I tifosi del
Cagliari sono almeno cinquecentomila. Se quella manciata di omofobi
avesse scritto i propri pensieri sulla parete di un orinatoio, la
questione sarebbe rimasta circoscritta ai frequentatori del luogo. Ma
poiché i beceri hanno usato la Rete, la loro bravata è diventata
una notizia. Senza che nessuno si fermasse a riflettere che sul web
non interviene un campione significativo dell’opinione pubblica, ma
solo chi è fortemente motivato a esprimersi sull’argomento in
questione, perché ne è toccato in prima persona. E chi mai sarà
toccato in prima persona dalle campagne contro l’omofobia, se non
gli omofobi?
La
sudditanza culturale dei giornalisti (e dei politici) verso la Rete
sta cominciando ad assumere le forme di una malattia. Si vive appesi
agli umori di minoranze infinitesimali, dilatandoli arbitrariamente a
giudizi universali. Si scambia il salotto esclusivo di twitter per
una piazza collettiva, quando la stragrande maggioranza degli
italiani di twitter ignora persino l’esistenza. Come tutte le
novità, il fenomeno è stato sopravvalutato proprio da chi dovrebbe
avere gli strumenti intellettuali per filtrarlo. E adesso scusate, ma
devo correre sui social network a leggere i commenti.

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