Cartellino giallo
Di Massimo Gramellini vice Direttore de La Stampa
«Se
andassi mai al governo» disse un giorno Matteo Renzi quando già non
pensava ad altro, «mi ricorderei di avere fatto l’arbitro di
calcio. Sui campi di provincia, a diciotto anni, in mezzo a giocatori
più grandi e grossi di me. Lì ho capito l’importanza di tirare
fuori il primo cartellino giallo entro il ventesimo minuto. Solo se
la afferri subito, la partita non ti sfuggirà di mano. Oggi la luna
di miele di un presidente del Consiglio non dura più cento giorni,
ma cento ore. Io presenterei i miei provvedimenti choc al primo
Consiglio dei ministri. Anzi, li leggerei in Parlamento al momento
della fiducia: prendere o lasciare».
Ci
siamo, anche se il modo ancor ci offende. Renzi si gioca il suo
futuro, e forse un po’ del nostro, nelle prossime cento ore.
Rottamare D’Alema, Bersani e Letta, in fondo, era la parte più
facile del lavoro. Da lui adesso ci aspettiamo la rottamazione vera.
Cartellino giallo al clero laico e inamovibile degli alti burocrati
di Stato, garanti di un immobilismo che ormai arricchisce soltanto
loro. Cartellino giallo al cumulo tossico di spesa pubblica, in
espansione inarrestabile da oltre mezzo secolo, come il suo specchio
fedele: le tasse. Cartellino giallo alla piovra delle leggi e dei
cavilli che ha trasformato i cittadini in sudditi. Ma anzitutto
cartellino giallo, anzi rosso, alle facce di un’altra, e bassa,
stagione. Se nel nuovo governo trovassero posto gli stessi Alfano e
gli stessi Lupi di quello vecchio, persino qualche simpatizzante di
Renzi comincerebbe a pensare che non c’era alcun bisogno di
cambiare governo.

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