Le Cinqueterre tra fotografie e versi di Eugenio Montale
Mi
trovo a percorrere questi sentieri, ancora danneggiati dalla bomba
d’acqua di due anni fa,
il giorno della disastrosa alluvione che provocò 12 vittime in
questo parco nazionale. Un susseguirsi di promontori rocciosi, baie
nascoste e terrazzamenti costruiti con la forza di tante braccia e
tanto sudore, per ricavarne pochi ettari di terra, coltivate a vigne
e olivi, ma che, anno dopo anno stanno scivolando via, erose dal mare
e dall’incuria. Giù il mare mosso dal libeccio che “scaglia
scaglia, livido muta colore”, raccontava nelle sue rime il
poeta Eugenio
Montale,
che qui visse l’infanzia, guardando dalle finestre della sua casa a
Monterosso, tempeste ed estati caldissime e Punta Mesco “col
sentiero che percorsi un giorno come un cane inquieto…” . Montale
con le sue rime indimenticabili, ha tratto nutrimento da questi
paesaggi aspri e difficili. Nel 1975 gli fu consegnato il premio
Nobel per la Letteratura.
Per
chi volesse arrivare qui, su questi paesini arroccati come nidi
d’aquila, consiglio di non usare l’auto su queste strade
asfaltate, molto meglio la strada ferrata, con treni frequenti e
comodi, per poi raggiungere i borghi come ai vecchi tempi; con
sentieri e selciati a picco sul mare, seminascosti dallaflora
mediterranea di
lentischi, filirree euforbie ed eriche. Sentieri percorsi da secoli
dai contadini per raggiungere i loro piccoli appezzamenti rubati alla
montagna, per ricavarne olio e vino o “il giallo dei limoni” che
si intravedono da “un malchiuso portone tra gli alberi”.
Un’avventura di quelle che non si dimenticheranno facilmente,
quando, giungendo da Monterosso, ci si affaccia “sul porto di
Vernazza le luci erano a tratti scancellate dal crescere dell’onde
invisibili al fondo della notte” visione che amava Montale durante
le forti mareggiate che riempivano l’aria di salsedine.
Per
fotografare questi scorci unici vi do alcuni consigli, visto che ci
sono stato da poco; innanzitutto portarsi l’attrezzatura in uno
zainetto comodo, che distribuisce bene il peso sulla spalla, e non
secondario, lascia libere le mani da eventuali scivoloni che qui, a
picco sul mare,
potrebbero essere pericolosi. Alle stazioni di arrivo ci sono gli
avvisi giornalieri sulle condizioni dei sentieri più battuti,
guardateli con attenzione. Portarsi un piccolo e leggero treppiedi
che vi consentirà di poter riprendere le onde e il mare in movimento
per fotografie mosse ma nitide, o quando la luce diventa poca e si
vuol riprendere le atmosfere di un borgo. Un piccolo manuale di erbe
spontanee della macchia mediterranea per fotografare e riconoscere i
soggetti, magari rari o endemici. E, nei momenti di pausa leggere
poesie del poeta di quel luogo per riconoscere qualcosa che lo ha
ispirato e che può capitarvi davanti, pronta per essere scritta “con
la luce”.
“Dal porto di vernazza le luci erano
a tratti scancellate
dal crescere dell’onde invisibili al
fondo della notte”
a tratti scancellate
dal crescere dell’onde invisibili al
fondo della notte”
da “L’Occasioni”
“Digradano su noi pendici di base vigne, a piane,
quivi stornellano spigolatrici con voci disumane.
Oh la vendemmia estiva, la stortura nel corso delle stelle
e da queste in noi deriva uno stupore tinto di rimorso.
quivi stornellano spigolatrici con voci disumane.
Oh la vendemmia estiva, la stortura nel corso delle stelle
e da queste in noi deriva uno stupore tinto di rimorso.
Da “Marezzo”
da IL Fatto Quotidiano.it



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