O parmigiano, portami via
Di Massimo Gramellini vice Direttore de La Stampa
Il
presidente del consorzio del Parmigiano Reggiano è anche presidente
di una società che controlla un fondo ungherese intenzionato a
produrre del parmigiano tarocco. Detta così, sembra una tresca
incredibile persino nella patria degli svergognati professionali: il
Parmigiano Capo che sovvenziona il nemico intenzionato a
distruggerlo. Questo presidente ai quattro formaggi si chiama
Giuseppe Allai e davanti ai sopraccigli inarcati dei nostalgici del
made in Italy cade dalle nuvole come una grattugiata sul sugo.
Sostiene di non avere mai saputo che il fondo ungherese avesse
intenzioni in contrasto con la sua funzione di sommo garante della
parmigianeria italica. Poi sfodera quella che a lui evidentemente
sembrerà l’attenuante definitiva: era solo un’operazione
finanziaria. Ma se fosse proprio lì il problema? Secondo una certa
visione crepuscolare del capitalismo i soldi non servono a
nient’altro che a fare soldi. L’idea che servano a fare cose - e
che queste cose abbiano una funzione economica e sociale che non le
rende tutte fungibili fra loro - viene considerata un vezzo retrò.
Può
darsi che abbiano ragione i parmigiani supremi. Anzi, da come va il
mondo, ce l’hanno di sicuro. Per cui non resta che sedersi sul
bordo della grattugia e aspettare. Che, a furia di spostare soldi da
un piatto all’altro, senza alcun aggancio né rispetto per le
persone e le cose, tutti si comprino e si vendano a vicenda, finché
l’intero sistema si scioglierà come formaggio in una minestra fin
troppo riscaldata.

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