Un treno per l’Europa
Di
Massimo Gramellini Vice Direttore de La Stampa
La
France. La grandeur. La perfection. Et voilà: dall’altra parte
delle Alpi hanno costruito vagoni più larghi delle banchine dentro
le quali sarebbero dovuti passare. Pare che sui fianchi metallici
spuntino venti centimetri di troppo: le famose maniglie dell’amore
(poignées d’amour). Rimettere i treni sul binario giusto costerà
cinquanta milioni di euro pubblici, per lo scorno di monsieur Dupont
(il francese medio) e la gioia di madame Le Pen (la francese smodata)
a cui stavolta i voti arriveranno direttamente in carrozza. C’est
pas possible! E invece sì: basta che gli ingegneri preposti alla
costruzione dei vagoni li progettino minuziosamente sulla carta senza
mai degnarsi di alzare il sedere (le derrière) per andare a misurare
dal vivo la larghezza di una banchina. Si sono fidati di dati
antichi, di polverose mappe, quando sarebbe bastato recarsi nella più
umile stazioncina di provincia con un righello. Ah, la présomption!
(presunzione)! Ah, la paresse (pigrizia)! Ma da che monde è monde,
sommando paresse e présomption si ottiene sempre una bêtise
(stupidaggine).
Stiamo
infierendo sui socievoli cugini, confidando nella loro proverbiale
autoironia? Fosse successo a noi, ci avrebbero dedicato una sinfonia
a base di smorfie di disgusto, scuotimenti di testa e raffiche di
«mon Dieu!» Ma a noi non sarebbe mai potuto succedere, per la
semplice ragione che qualche burocrate o contestatore avrebbe fermato
la costruzione dei treni se non addirittura quella dei binari. Alla
peggio avremmo spacciato i vagoni grassi per una nuova moda. Altra
classe, se permettete. Noi le stupidaggini le sappiamo truccare da
opere d’arte, e senza neanche darci tante arie.

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