Fattore umano
Di
Massimo Gramellini Vice Direttore de LA STAMPA
Il
progetto intorno al quale Nichi Vendola intende rifondare la sinistra
italiana si chiama «Human Factor» e non è una battuta, come sulle
prime mi ero augurato, soprattutto per lui. Chi arriccia il naso
quando Renzi va da Maria De Filippi ha scelto un nome che strizza
l’occhio a un programma televisivo di successo e lascia immaginare
selezioni di candidati affidate ai compagni Morgan e Mika (molto più
autorevoli degli attuali addetti alla compilazione delle liste
elettorali). Chi combatte gli algidi sacerdoti del capitalismo
finanziario ha deciso di ricorrere alla stessa lingua universale e
impersonale che quelli usano per tagliare teste e spostare denari. Il
classico esempio di un’iniziativa politica che nell’atto stesso
della sua nascita riconosce di avere già perduto la partita
culturale, scimmiottando l’avversario che vorrebbe sconfiggere.
I
nomi non sono un’etichetta delle cose. Sono le cose. E «fattore
umano» è espressione talmente forte. C’era davvero bisogno di
tradurla nel latinorum parlato da una società che di quel fattore fa
sistematicamente strame? L’inglese va bene per strappare un
applauso nei convegni delle élite. Ma per chi ha bisogno di
ritrovare consensi nei supermercati sarebbe auspicabile rivolgersi
ancora all’italiano, come ha imparato a fare persino Salvini. Se il
modello di riferimento restano i greci di Syriza e gli spagnoli di
Podemos, il primo passo potrebbe consistere nell’accorgersi che si
chiamano Syriza e Podemos, mica Left Coalition e We Can.

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