Latte amaro
di Massimo Gramellini Vice Direttore de LA STAMPA
Dodici
pediatri toscani sono in carcere con l’accusa di avere indotto le
pazienti ad abbandonare l’allattamento al seno per quello
artificiale. Alla base del cambio di prescrizione, una ricetta medica
irresistibile: viaggi, telefonini e computer offerti dall’azienda
produttrice del latte in polvere. Eppure uno immagina che all’inizio
della carriera anche quei pediatri abbiano sentito il brivido di una
missione due volte sacra. Erano medici, e medici di bambini. La prosa
della vita ridimensiona gli ideali, ma non intacca il prestigio del
ruolo né lo stipendio, significativo. Due degli arrestati sono
addirittura primari e uno, Roberto Bernardini, è presidente
dell’associazione italiana di immunologia. Se le accuse saranno
provate, ci si chiede come possano avere tradito se stessi, e la
fiducia di chi ne riponeva in loro, per un weekend a Maiorca tutto
compreso. Da fuori, la sproporzione tra l’enormità del danno e la
meschinità del beneficio è raggelante. Ma, si sa, da dentro il
punto di vista cambia. Le ditte farmaceutiche fanno balenare
pacchi-dono scintillanti e al primo «no» segue spesso un «perché
no?». L’ingordigia e il delirio di impunità, più che quello di
onnipotenza, completano la conversione. Ci vuole poco per tacitare la
coscienza con il classico «così fan tutti». E la vergogna di avere
manipolato una madre ansiosa, insinuandole dall’alto del proprio
camice che il suo latte è poco nutriente, cede il passo alla
minimizzazione degli effetti negativi di quella scelta criminale.
Esiste
un solo dato consolante in questa storia: nessuno dei pediatri
coinvolti è una donna. Vorrà pure dire qualcosa.

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