’Na Bce
Di
Massimo Gramellini Vice Direttore de LA STAMPA
La notizia
è di quelle che massaggiano il cuore: il novanta per cento della
produzione mondiale di euro fasulli è fabbricato in Italia, per la
precisione in una stamperia di Napoli e in una zecca nei pressi di
Roma. Perché sulle cose serie il Made in Italy non delocalizza.
Anzi, si appoggia a una manodopera altamente specializzata, nel solco
di una tradizione manifatturiera che discende da Totò e Peppino.
Novanta per cento. Un monopolio conquistato sul campo che restituisce
al nostro Paese quel ruolo di guida continentale che ci era stato
ingiustamente scippato dai tedeschi. Ci davano per spacciati, loro. E
invece siamo stati noi a spacciare in Germania una banconota da
trecento euro, mai esistita prima. Abbiamo saputo costruire una Bce
alternativa, molto più creativa e ramificata dell’originale,
grazie all’apertura di filiali in tutta Europa. Una sorta di
Erasmus parallelo in cui i migliori esperti del settore vanno a
tenere lezioni di contraffazione.
I
soliti gufi che amano parlare male dell’Italia rimarranno stupiti
dall’efficienza della filiera produttiva, composta da undici
associazioni a delinquere, ciascuna delle quali dedita armonicamente
a un singolo aspetto della lavorazione: lo stoccaggio, il trasporto,
la vendita al dettaglio. Anche noi, quando serve, sappiamo fare
squadra. La nobile funzione sociale dell’impresa - aumentare le
dosi di denaro in circolazione per stimolare la crescita - ha
lasciato insensibili i carabinieri, che ieri hanno arrestato
cinquantasei liberi professionisti. Il patriota Salvini potrebbe
liberarli al più presto per riconvertire la produzione dai falsi
euro alle false lire.

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