Capitale umano
da MASSIMO GRAMELLINI SU LA STAMPA
E
poi, per fortuna, ci sono ancora storie come questa. Leonardo Martini
era un artista dei cruscotti per auto. Intorno al suo talento
imprenditoriale aveva costruito una piccola azienda che dava da
vivere a venticinque famiglie nel Vicentino. Alla boa dei
settant’anni è stato colto da un male rapido e implacabile. Non
aveva figli e la sua ossessione era che la fabbrica a cui aveva
dedicato l’esistenza finisse in mani asettiche o malfidate. Così,
sul letto di morte, ha deciso di lasciarla ai suoi operai. I quali
forse adesso si scanneranno, dando ragione alla massima secondo cui
l’unica società che funziona è quella dove gli azionisti sono in
numero dispari inferiore a tre. O magari no, perché l’esempio non
muore necessariamente con chi lo dà.
Ma
qualunque sarà l’esito finale dell’eredità di Leonardo Martini,
nulla potrà cancellare la speranza che il gesto di quell’uomo ha
donato a questi giorni tristi e terribili, attraversati da lupi
mannari che straziano le carni di una comunità nazionale già
indebolita dalla crisi con sopraffazioni continue. Il capitalismo
sociale non è un controsenso, ma un pezzo di storia italiana che
forse ci eravamo dimenticati. In Italia non tutto è mafia,
corruzione o finanza spietata che sposta i capitali come fiches,
infischiandosene delle conseguenze sulla vita delle persone.
Esistono, e resistono, tanti Martini che si ostinano a considerare la
loro azienda un bene comune e i loro dipendenti degli esseri umani,
degli amici, talvolta persino dei figli.

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