Quirinale, le tre telefonate che affossarono la candidatura Prodi
Romano Prodi secondo il racconto della sua ex portavoce era sicuro che non sarebbe salito al Quirinale prima ancora del «tradimento» di almeno 101 del Pd
FABIO
MARTINI per LA Stampa.it
Subito
dopo l’ex premier disse alla moglie: «Non passerò»
La
previsione si rivelerà azzeccata: di lì a poco si materializzerà
l’oramai celebre «tradimento» dei 101 parlamentari del Pd. La
convinzione del Professore aveva preso corpo anche a seguito di tre
telefonate che lo stesso Prodi aveva fatto nelle ore precedenti: con
Massimo D’Alema, con Mario Monti, con Stefano Rodotà, a sua volta
legato a filo doppio con Beppe Grillo. Le tre telefonate, assieme a
tutto quello che preparò la caduta, sono raccontate da Sandra Zampa,
già portavoce del Professore, in un libro che uscirà mercoledì, “I
tre giorni che sconvolsero il Pd”, editore Imprimatur e che
naturalmente è stato letto in anteprima da Romano Prodi.
Un
libro senza pretese da «saggio politico», ma che programmaticamente
si propone di ricostruire minuto per minuto le 72 ore decisive e -
proprio grazie a questo passo da instant book - consente di capire
come alcune illustri personalità abbiano contribuito
all’affondamento di Prodi a due passi dal Quirinale. Davvero
significative sono le tre telefonate che precedono la fatidica
votazione, anche se la Zampa non le mette in sequenza logica.
E’
Prodi a farle, per la prima volta attivo nella corsa per il Quirinale
dopo che nei mesi precedenti aveva fatto prevalere l’indole
provvidenzialista tipica di un certo cattolico italiano, per cui se
le cose devono accadere, accadono. Nella mattinata del 19, Prodi
telefona a Massimo D’Alema che - come ricostruisce Sandra Zampa -
gli esprime «profonda contrarietà per le modalità con cui è
avvenuta la candidatura». Dunque, annota mentalmente Prodi, una
parte del Pd gli è contraria. L’ex premier telefona anche a Mario
Monti, in quel momento ancora presidente del Consiglio. Scrive la
Zampa: «Da un esponente di Scelta civica raccolgo l’informazione
che da parte di Monti ci sarebbe stata la disponibilità a votare
Prodi, se fossero state date garanzie sul reincarico a Monti stesso».
Uno scambio che Prodi molto significativamente «lascia cadere nel
vuoto».
E
sempre nella mattinata che precede la votazione pomeridiana, il
Professore cerca Stefano Rodotà, in quel momento candidato del
Cinque Stelle: «Stefano, mi dispiace che ci troviamo in una
situazione di conflitto...». Ma Rodotà fa capire che a chiamarlo
deve essere Bersani e comunque in quelle ore decisive, dichiara: «Per
parte mia non sarò d’ostacolo qualora il Movimento Cinque Stelle
voglia prendere in considerazione soluzioni diverse». L’essenza
del passaggio è chiara: davanti ad una soluzione “alta” come
quella di Prodi, Rodotà non si ritira.
E
il movimento pentastellato? Il libro ricostruisce il zig-zag dei
Cinque Stelle, favorevoli a Prodi quando loro risultano decisivi,
irridenti quando sono aggiuntivi. Ma davvero eloquente è una
battuta, a cose fatte, di Beppe Grillo da Tolmezzo: «Pensavo che
Rodotà rifiutasse la candidatura, perché lui e Prodi sono amici, ma
mi ha risposto: “Sono onorato e metto il mio mandato in mano alle
Cinque Stelle. Saranno loro a decidere se sarò presidente o no”».
E
i famosi 101 “traditori”? Scrive la Zampa: «I nostri elettori
vogliono i nomi», ma la portavoce di Prodi dice che produrre un
elenco dettagliato oscurerebbe «il vero nodo che riguarda l’intero
Pd e la sua classe dirigente». Ma nel racconto dei tre giorni, si dà
comunque conto del fatto che alcuni parlamentari hanno preparato
«prove a discolpa» e viene citato chi - Beppe Fioroni in testa -
esibisce «non richiesto», la foto della sua scheda. E ancora: nelle
ore decisive il senatore Ugo Sposetti (dalemiano doc) «faceva
telefonate per sollecitare un no a Prodi», ma non era «l’unico
telefonista in servizio».
Ripercorrendo
nel dettaglio quelle frenetiche 72 ore, si capisce meglio, come la
caduta di Prodi non sia stato l’effetto della trama di un “uomo
nero”, ma di una somma di pulsioni: il calcolo ma anche l’
antipatia per Prodi di singoli e di gruppi organizzati, il narcisismo
di qualche big, i risentimenti dei popolari per la bocciatura di
Franco Marini, dei dalemiani contro Bersani e contro Prodi stesso. Ma
emerge anche la superficialità del gruppo di comando del Pd nelle
ore decisive. Inedito un passaggio: quando Bersani, per uscire dalla
sfilza di sconfitte fin lì cumulate, annuncia ai parlamentari del Pd
la scelta di Prodi, non dice che il Professore «aveva chiesto che il
suo nome venisse sottoposto a votazione segreta» e invece
«l’intervento di Luigi Zanda aveva chiuso con rapidità la
questione». Risultato: Prodi fu acclamato in pubblico e affondato
nel segreto dell’urna.
Fassina ....Una vita di brutte figure, condite
di astio e odio , mi chiedo
se non ne ha ancora abbastanza ?
Fassina ....Una vita di brutte figure, condite
di astio e odio , mi chiedo
se non ne ha ancora abbastanza ?

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