CINISMO E CORAGGIO RENZI CERCA DI USCIRE DAL VIETNAM
È
presto per fare una valutazione finale, ma la prima
giornata della maratona presidenziale sembra
indicare che Matteo Renzi ha forse trovato una strada fuori dal
potenziale Vietnam elettorale.
Come
ci stia lavorando è parte del manuale del perfetto renzismo. Lo
schema di gioco che ha applicato è quello ormai collaudato dalle
prime ore del suo premierato: per sottrarsi ai condizionamenti del
suo partito e della sinistra ha ancora una volta usato il maglio del
Nazareno; poi, una volta fatto sbandare sotto il colpo dell'alleanza
con Berlusconi l'esercito di critici e oppositori, dimostrando loro
di fregarsene dei loro condizionamenti, è tornato nei ranghi del Pd,
con un
discorso, quello della corona, ai grandi elettori,
in cui li ha ascoltati, lusingati, per poi rimetterli al centro
dell'azione. Nel frattempo è toccato a Silvio Berlusconi essere
tradito a sua volta,
sentire sulla propria pelle l'effetto che fa: Matteo fa patti solo
per un tempo un luogo e uno scopo, ma nessun patto per lui va oltre
le ragioni della sua immediata utilità.
Arrogante
nei confronti dei critici, menefreghista nei confronti dei patti
stabiliti, ma anche capace di valutare le debolezze altrui, e
soprattutto di assumersi i rischi di una forzatura: renzismo puro,
perfetta combinazione dei suoi peggiori difetti e dei suoi migliori
attributi - un capolavoro di pragmatismo politico. Così è nata la
prima giornata di relativa serenità dentro la sinistra da molte
settimane.
Non
è pacificazione solo formale: in Parlamento la sinistra si è
rimescolata in queste ore in maniere improvvisate e sorprendenti - a
un certo punto in un capannello sorridevano Zoggia, Fassina e Maria
Elena Boschi. Dal Pd e da Sel, dai dem critici e dai più d'ordinanza
la rottura del patto del Nazareno per sostenere Mattarella era
valutata una vittoria. Vittoria vera o falsa, di lungo o di corto
respiro al momento
non conta. Perché certo conta l'unità ritrovata, e quel respiro di sollievo che si e' avvertito quando Matteo ai suoi grandi elettori si è presentato di nuovo come l'uomo della sfida a Berlusconi. Pagherà Renzi in altri modi questa sfida? O la ripagheranno di nuovo i dem in una futura nuova capriola? È da vedere. Ma se le evoluzioni della politica sono molte, il Presidente durerà sette anni, e dunque quel che si fa ora, costruisce comunque un punto metapolitico. Questo è quel che conta. Un pezzo di storia (in minuscola, certo) sta girando, a sinistra.
non conta. Perché certo conta l'unità ritrovata, e quel respiro di sollievo che si e' avvertito quando Matteo ai suoi grandi elettori si è presentato di nuovo come l'uomo della sfida a Berlusconi. Pagherà Renzi in altri modi questa sfida? O la ripagheranno di nuovo i dem in una futura nuova capriola? È da vedere. Ma se le evoluzioni della politica sono molte, il Presidente durerà sette anni, e dunque quel che si fa ora, costruisce comunque un punto metapolitico. Questo è quel che conta. Un pezzo di storia (in minuscola, certo) sta girando, a sinistra.
E
gira anche - è proprio il caso - non certo solo per tattica
politica, per quanto brillante o brutale essa sia. Gira perché una
suggestione nasce intorno a un nome.
Sergio
Mattarella lo
avevamo lasciato come terzo mai tirato in ballo della sfortunata
terna bersaniana che comprendeva anche Prodi e Marini. C'è dunque un
filo logico da cui si riparte, ma nel frattempo quel filo si è rotto
- questi anni sono stati così duri e diversi, hanno fatto
passare tanta acqua sotto i ponti che più che del 2012 Mattarella pare un'eco di un passato molto più lontano. C'è una forza in questa distanza.
passare tanta acqua sotto i ponti che più che del 2012 Mattarella pare un'eco di un passato molto più lontano. C'è una forza in questa distanza.
Mattarella
oggi è un uomo fuori, fuorissimo, dai giochi del catino d'acqua
romano. Il suo silenzio è del tutto inusuale nell'intasato
ecosistema, i suoi saperi sono completamente l'opposto della veloce
modernità globalista dentro cui siamo immersi. Persino il suo
profilo politico è difficile da collocare nella frastagliata
evoluzione dell'attuale logos politico.
La
sua è figura insieme sentimentalmente vicina alla storia della
sinistra, ma lontana a sufficienza dalle fiamme che hanno consumato
soprattutto negli ultimi tre anni le contorsioni politiche italiane;
vicina a sufficienza da aver fatto pezzi di strada insieme a tutti,
ma priva di quella caratura intergenerazionale, di quel fazionismo
che potrebbe far avvertire la sua affermazione come fatta a spese di
altri.
Non
ultimo, la sua scelta non è riportabile direttamente nemmeno al
Premier. Mattarella è molto lontano dalla idea originaria di Renzi
di voler un Presidente sua diretta emanazione, un avatar come si
diceva per
gioco. Il premier sceglie in lui un uomo con cui non ha dimestichezza e che certo non può immaginare di aggregare automaticamente al suo gioco.
gioco. Il premier sceglie in lui un uomo con cui non ha dimestichezza e che certo non può immaginare di aggregare automaticamente al suo gioco.
I
due hanno specificità e quotidianità di cultura e di abitudini
molto diverse. Tutta questa diversità di cui abbiamo fin qui parlato
è probabilmente la migliore soluzione per tutti.
Se
un Presidente avatar umilierebbe la dinamica politica e parlamentare,
un presidente troppo forte potrebbe, viceversa, innescare tensioni. E
l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno è una ulteriore linea di
frattura politica - fra le molte che già ci sono - fra il Colle e
Palazzo Chigi.
Di

Editorial
Director, L'Huffington Post

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