La porta chiusa
Di
Massimo Gramellini Vice Direttore de LA STAMPA
Perché
anche i passeggeri? Nei giornali come nelle case si ragiona con i
pochi elementi a disposizione, ma è impossibile interrompere il
percorso ossessivo dei pensieri. Di solito un depresso la fa finita
in solitudine. Al più associa al sacrificio i familiari stretti, che
considera una prosecuzione di se stesso. Ma il copilota che ha
mandato l’aereo tedesco contro la montagna ha deciso di coinvolgere
nel commiato degli sconosciuti. Peggio, degli sconosciuti che aveva
appena incontrato. Lo immaginiamo all’imbarco, o sulla porta della
cabina prima del decollo, mentre sorride alla comitiva di turisti e
fa un cenno di saluto alla scolaresca in gita premio. Dopo avere
visto in faccia le persone che gli erano state affidate, come ha
potuto tradirle? Non si può neanche dire che, accecato dal suo male
insondabile, a un certo punto abbia creduto di essere rimasto solo.
Se ha chiuso la porta per impedire al comandante di rientrare in
cabina, significa che era consapevole della realtà. Per compiere
l’atto che lo ha isolato dal mondo doveva sapere che oltre quella
porta c’era il mondo. E che lui lo stava condannando a morte.
Non
basta la depressione a spiegare una strage, così come nel caso dei
terroristi islamici non basta la fede. Ci vuole il delirio di
onnipotenza. E il culto della morte simbolica. Con la sua parte
irrazionale il copilota avrà stabilito che proprio l’aereo, la sua
vita, diventasse la sua morte. Il resto, centoquarantanove esseri
umani, gli sarà sembrato un effetto collaterale.

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