Dei delitti e dei Le Pen
Di
Massimo Gramellini Vice Direttore de LA STAMPA.it
Sollevando lo
sguardo Oltralpe, potete godervi lo spettacolo distruttivo ma anche
istruttivo di un padre e di un figlia che si azzannano intorno alla
propria creatura. Marine Le Pen ha ereditato dal padre Jean-Marie un
partito fascista impresentabile e lo ha trasformato in una
piattaforma di risentimenti che potrebbe issarla alla presidenza
della Repubblica, a patto di depurarlo da elementi urticanti per la
maggioranza dei francesi, quali l’antisemitismo. Ma come reagisce
il capofamiglia? Anziché gioire per la figlia, e goderne in disparte
il trionfo sentendolo anche un po’ suo, si scaglia contro il sangue
del suo sangue in un crescendo shakespeariano, riesumando opinioni
impronunciabili sulle camere a gas naziste pur di scassare il
giocattolo che aveva regalato a Marine. E lei? Lungi dal sopportare
le paturnie dell’avo e manifestare quantomeno un po’ di
riconoscenza filiale, gli si scaglia addosso senza pietà, arrivando
a minacciare di espellerlo dal movimento da lui creato.
Vista
da qui, la faida di monsieur e madame Le Pen appare un fenomeno
incomprensibile. Il parricidio sta alla base di tante civiltà
europee. Non della nostra, però. Gli italiani, scriveva il poeta
Umberto Saba, non sono parricidi ma fratricidi: per informazioni
rivolgersi a Romolo e Remo. Lungi dal pensare di ucciderlo, essi
desiderano darsi al padre per avere da lui il permesso di uccidere
gli altri fratelli. Renzi rappresenta un’eccezione, ma solo perché
i suoi babbi politici si erano già uccisi tutti fra loro (e i pochi
sopravvissuti continuano a farlo).

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