Sket Ti-Noh
Di Massimo Gramellini Vice Direttore de LA STAMPA
Alla
fine che cosa ci colpisce della sentenza sudcoreana che ha condannato
a 36 anni di carcere il comandante di un traghetto colato a picco con
il suo allegro carico di studenti in gita? La durezza della pena,
certo, specie se rapportata all’età di un imputato quasi
settantenne, e benché giustificata agli occhi dell’opinione
pubblica dal suo comportamento vile. Il capitano abbandonò la nave
in incognito, mentre con atto abominevole i suoi sottoposti
invitavano i passeggeri ad andare sotto coperta e nel frattempo
calavano in acqua le scialuppe per mettersi in salvo. Poi ci
sconvolge l’efficienza a noi ignota della giustizia asiatica,
capace di concludere un processo di questa complessità ad appena
sette mesi dagli eventi.
Eppure
l’aspetto che, almeno a me, sorprende di più è la faccia del
comandante Lee Jun-Seok. Il suo sguardo colmo di imbarazzo e di
vergogna. Perché forse ce lo siamo dimenticati, ma altrove può
ancora succedere che un condannato si senta colpevole. Da Totò Riina
all’ultimo ladro di polli, qui tutti si considerano innocenti.
Anche e soprattutto dopo la sentenza definitiva, quando cominciano a
chiedere la revisione del processo e, se non più per la verità
giudiziaria, si battono per la verità storica, cioè per
l’assoluzione alla memoria, indossando i panni della vittima
incompresa e del capro espiatorio. Lo sdoppiamento dell’italiano
davanti al naturale esito dei suoi gesti irresponsabili è un
fenomeno che affascina da sempre la psicanalisi, come non mancherà
di spiegarci in una delle sue prossime lezioni universitarie a piede
libero il professore emerito Francesco Schettino.

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