INTERVISTA
Super batteri, Nicola Petrosillo: «Attenti anche al cibo»
Troppi antibiotici. «Ma il rischio arriva pure da ciò che si mangia», dice Petrosillo.
È
partito dal Regno Unito l’allarme
super batteri.
Secondo il National risk register of civil emergencies, un rapporto del governo britannico, la diffusione di infezioni causate dai cosiddetti batteri resistenti agli antibiotici attualmente in uso potrebbero causare, in caso di una epidemia, fino a 200 mila casi di pazienti contagiati e 80 mila vittime.COME LA GRANDE PESTE? Si tratta più o meno della stesso numero di morti registrati a Londra con la Grande peste del 1665, quando la malattia uccise un quinto della popolazione della città.
«Ci fa piacere che sui giornali inglesi sia venuto fuori qualcosa di cui noi ci occupiamo costantemente, ma che sui nostri quotidiani difficilmente finisce in prima pagina», è stato il commento del ministro della Salute Beatrice Lorenzin.
«Si tratta di un problema di ordine mondiale e che deve essere messo al primo posto assieme a quello dei vaccini, nell’agenda degli impegni da parte delle istituzioni e delle organizzazioni sanitarie». L'ITALIA È TRA LE PEGGIORI. Secondo il monitoraggio dell’Istituto superiore di sanità (Ar-Iss) coordinata dal Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute e dal Mipi, in Italia la resistenza agli antibiotici si mantiene tra le più elevate in Europa e quasi sempre al di sopra della media continentale.
Nel quadriennio 2010-2013 nelle specie Gram-negative si è osservato un trend prevalentemente in aumento.
La sorveglianza ha confermato, inoltre, che i livelli di resistenza sono più alti al Centro e al Sud rispetto al Nord Italia, dato strettamente in relazione con il maggior consumo di antibiotici registrato in queste aree geografiche.«SI FA UN USO ECCESSIVO». «Bisogna creare delle politiche di ottimizzazione per ridurre l’uso degli antibiotici e soprattutto quelli a maggior impatto sulle resistenze dei batteri e migliorare i livelli igienico sanitari negli ospedali», ha detto a Lettera43.it Nicola Petrosillo, responsabile della Seconda divisione malattie infettive all’Istituto nazionale “Lazzaro Spallanzani”. «Si è fatto un uso eccessivo degli antibiotici che deve essere sostituito da una valutazione oculata, caso per caso».
Secondo il National risk register of civil emergencies, un rapporto del governo britannico, la diffusione di infezioni causate dai cosiddetti batteri resistenti agli antibiotici attualmente in uso potrebbero causare, in caso di una epidemia, fino a 200 mila casi di pazienti contagiati e 80 mila vittime.COME LA GRANDE PESTE? Si tratta più o meno della stesso numero di morti registrati a Londra con la Grande peste del 1665, quando la malattia uccise un quinto della popolazione della città.
«Ci fa piacere che sui giornali inglesi sia venuto fuori qualcosa di cui noi ci occupiamo costantemente, ma che sui nostri quotidiani difficilmente finisce in prima pagina», è stato il commento del ministro della Salute Beatrice Lorenzin.
«Si tratta di un problema di ordine mondiale e che deve essere messo al primo posto assieme a quello dei vaccini, nell’agenda degli impegni da parte delle istituzioni e delle organizzazioni sanitarie». L'ITALIA È TRA LE PEGGIORI. Secondo il monitoraggio dell’Istituto superiore di sanità (Ar-Iss) coordinata dal Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute e dal Mipi, in Italia la resistenza agli antibiotici si mantiene tra le più elevate in Europa e quasi sempre al di sopra della media continentale.
Nel quadriennio 2010-2013 nelle specie Gram-negative si è osservato un trend prevalentemente in aumento.
La sorveglianza ha confermato, inoltre, che i livelli di resistenza sono più alti al Centro e al Sud rispetto al Nord Italia, dato strettamente in relazione con il maggior consumo di antibiotici registrato in queste aree geografiche.«SI FA UN USO ECCESSIVO». «Bisogna creare delle politiche di ottimizzazione per ridurre l’uso degli antibiotici e soprattutto quelli a maggior impatto sulle resistenze dei batteri e migliorare i livelli igienico sanitari negli ospedali», ha detto a Lettera43.it Nicola Petrosillo, responsabile della Seconda divisione malattie infettive all’Istituto nazionale “Lazzaro Spallanzani”. «Si è fatto un uso eccessivo degli antibiotici che deve essere sostituito da una valutazione oculata, caso per caso».
- Nicola Petrosillo, Seconda divisione malattie infettive all’Istituto “Spallanzani”.
DOMANDA. Trova giustificato l’allarme epidemia delle ultime ore?
RISPOSTA. Non è una questione delle ultime ore: il problema dei batteri multiresistenti esiste da alcuni anni, con un incremento negli due o tre anni al massimo.D. Che significa?
R. Multiresistenti vuol dire che sono resistenti a molte classi di antibiotici, mentre quelli che resistono a tutti sono detti panresistenti, ma sono una piccola quota.D. Dove proliferano?
R. Soprattutto in ambienti ospedalieri.D. Come mai?
R. Perché negli ospedali si usano più antibiotici e i germi resistenti vengono selezionati. Negli ospedali ci sono persone che hanno già malattie gravi, sono ricoverate in terapia intensiva, sottoposte a interventi chirurgici, a procedure invasive.D. E cosa fanno?
R. Queste procedure passano le difese naturali dell’organismo, le prime vie respiratorie, cute, e possono permettere l’ingresso di microorganismi.D. Quindi paradossalmente gli ospedali sono il luogo ideale per le infezioni?
R. Non si tratta di un paradosso, ma della realtà. I pazienti inoltre rispetto alla popolazione generale hanno delle patologie, magari sono immunodepressi. Sono una popolazione molto selezionata.D. Da dove viene la resistenza dei batteri agli antibiotici?
R. Nasce con gli antibiotici stessi, perché i batteri si adattano, sono organismi viventi che si adattano per sopravvivere.D. È sempre stato così?
R. Alcuni decenni fa si pensava che le malattie infettive fossero destinate all’estinzione perché gli antibiotici curavano tutto. I batteri hanno imparato a difendersi, integrando nel loro Dna i geni delle resistenze che trasferiscono da un batterio all’altro.D. Ma perché recentemente il fenomeno è in crescita?
R. Perché è cresciuto l’uso degli antibiotici non sempre per motivi giustificati.D. Vengono dati anche quando non ce ne sarebbe bisogno?
R. Oggi in ospedale bisogna non solo usare antibiotici, ma anche usarli in maniera oculata.D. Sotto accusa sono finiti anche gli animali che mangiamo.
R. A ragione. L’Unione europea ha un progetto sulle resistenze antibiotiche che non guarda solo gli uomini, ma pure gli animali. C’è stato negli anni scorsi un largo uso di antibiotici nell’itticoltura e nell’allevamento di mammiferi per favorirne la crescita. Alcuni sono stati vietati.D. Questo aspetto riguarda anche l’Italia?
R. Nel nostro Paese il controllo sulla zootecnia è estremamente elevato, l’allarme riguarda probabilmente altri Stati europei ed extraeuropei.D. Però la resistenza agli antibiotici in Italia è tra le più alte d’Europa?
R. È vero, per alcuni casi come la Klebsiella pneumoniae o lo stafilococco aureo abbiamo i livelli di resistanza più elevati in Europa.D. Quali sono le soluzioni?
R. Innanzitutto l’ottimizzazione delle terapie antibiotiche nelle strutture sanitarie, non solo negli ospedali. Per esempio nelle strutture per anziani o disabili dove a volte non c‘è neanche il medico e dove possono essere dati antibiotici anche in maniera incongrua.D. Cosa fare allora?
R. Creare delle politiche di ottimizzazione per ridurre l’uso degli antibiotici non necessari e soprattutto quelli a maggior impatto sulle resistenze.D. Poi?
R. Migliorare i livelli igienico-sanitari negli ospedali perché la trasmissione avviene attraverso le mani degli operatori sanitari, la maggior parte delle volte. I controlli delle infezioni vanno rafforzati. Sempre in ospedale, va attuata una politica più serrata sull’utilizzo delle procedure invasive.D. Ovvero?
R. Non inserire cateteri urinari o vascolari se non strettamente necessari e toglierli il prima possibile. Sono problemi legati alla qualità dell’assistenza: un sistema sanitario efficiente deve controllare tutte queste cose.D. Non servirebbe anche promuovere un uso più consapevole degli antibiotici, a partire dalle famiglie?
R. Sicuramente a livello comunitario ridurre al necessario l’uso degli antibiotici aiuta moltissimo. Alcuni non hanno più efficacia proprio perché utilizzati troppo.D. Come fare a capire quando serve e quando no?
R. È importante che chi ha necessità se lo faccia prescrivere dal medico e non perché ce l’ha a casa. Si ha il raffreddore, l’influenza, la febbre? Meglio aspettare almeno due o tre giorni, se la febbre non scende chiamare il medico. Tenendo presente che nelle infezioni virali gli antibiotici non servono.
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