Svastica e martello
Di
Massimo Gramellini Vice Direttore de LA STAMPA
La notizia
che il Parlamento ucraino ha approvato a larghissima maggioranza una
legge che equipara il comunismo al nazismo come regimi criminali
costringe chi è stato svezzato nel secolo scorso a fare i conti con
una questione irrisolta. Il nazismo pianificava il dominio di una
razza in seguito a stermini di massa, mentre il comunismo predicava
la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. A livello teorico
qualsiasi accostamento tra i due sarebbe dunque una bestemmia. Ma se
le utopie vanno valutate sul terreno dell’applicazione concreta,
non c’è dubbio che il comunismo realizzato sia stato ovunque un
sistema oppressivo, violento e liberticida. Nella storia non esiste
traccia di comunismi senza carri armati e polizie segrete.
Il
giudizio storico dipende dalle esperienze di ciascun popolo, cioè
dal tipo di micidiale radiazione a cui quel popolo sia stato esposto.
Per un ucraino o un ungherese che hanno avuto i figli torturati e
uccisi dal Kgb, il comunismo rappresenta il male assoluto,
accomunabile nella condanna al regime che organizzò l’infamia
eterna dell’Olocausto. Invece gli italiani il comunismo lo hanno
molto predicato ma, grazie al cielo e agli americani, mai
sperimentato. In compenso hanno conosciuto gli orrori dell’occupante
nazista contro la comunità ebraica e non solo. Una legge come quella
ucraina farebbe fatica a essere approvata. Da noi il nazismo sarà
sempre considerato peggiore del comunismo. Per fortuna, aggiungerei.
Perché, per poterci permettere di pensarla diversamente, avremmo
dovuto sorbirci anche quello.

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