Il
Califfo a Roma? Non è uno scherzo
Sembra
che una gran parte, forse la parte maggioritaria, dell’Italia
pubblica soffra di un blocco cognitivo. Pare incapace di prendere
atto dei radicali, irreversibili, cambiamenti intervenuti in Europa e
in Medio Oriente, ha l’aria di non rendersi conto che violenza e
crescenti rischi di violenza si diffondono intorno a noi, sembra non
capire che di fronte alla violenza non si può altro che assumere una
posizione intransigente o anche, se la situazione lo esige, fare uso
della forza. Un tempo si credeva che la propensione italiana a
pensare alla politica internazionale in termini irenici, come a un
luogo in cui tutto possa essere risolto con il «dialogo», fosse
solo una conseguenza della Seconda guerra mondiale. Le potenze
sconfitte, Germania, Giappone, Italia - si disse - sostituirono nel
dopoguerra il «commercio» alla «spada», cominciarono a pensare
alla politica internazionale molto più in termini di affari che di
deterrenza e di minacce armate. E il «dialogo», sicuramente, aiuta
gli affari più della deterrenza. Pur facendo parte di alleanze
militari quei tre Paesi furono ben lieti di delegare ai soli Stati
Uniti il compito di agitare periodicamente il bastone.
Ma
forse, nel caso italiano c’è di più. A
causa della sua cultura politica sembra che l’Italia, pur con
qualche meritoria eccezione, non riesca proprio a fare a meno di
agire nell’arena internazionale ispirandosi a una sorta di wishful
thinking , un’irresistibile tendenza a scambiare i propri sogni per
realtà.
Prendiamo
due delle più gravi crisi in atto. In Ucraina,
con l’annessione russa della Crimea e l’azione tuttora in corso
dei militari russi a sostegno dei secessionisti delle regioni
orientali, i rapporti fra Russia e Occidente sono irreversibilmente
(e sottolineo: irreversibilmente) cambiati. Sono cambiati perché non
un piccolo Stato (una Serbia o una Croazia) ma una grande potenza, la
Russia, ha violato la regola su cui si fonda la pace in Europa:
nessun mutamento territoriale può avvenire se non in modo
consensuale. Chi dice che la Crimea era russa, e che dunque non c’è
nulla di male nel fatto che la Russia se la sia ripresa, non coglie
il punto. Tra Prima e Seconda guerra mondiale tantissimi Stati
europei (Italia compresa) hanno perduto territori che erano
appartenuti, magari anche per secoli, a quegli Stati. La pace in
Europa c’è perché chi ha perso territori non se li va a
riprendere con la forza. La Russia, una grande potenza che avrebbe
dovuto contribuire, insieme alle altre grandi potenze, a mantenere la
pace e l’ordine, ha violato quella regola. Pensare che questo non
muti irreversibilmente i rapporti in Europa è segno di cecità
politica. E difatti le relazioni fra mondo occidentale e Russia sono
sempre più conflittuali, come si è dimostrato anche in occasione
del G20 appena concluso. Ma l’Italia fa eccezione, ha scelto di
mantenere aperto in ogni modo il «dialogo» con Putin, dando
l’impressione di ignorare il cambiamento avvenuto (come hanno ben
documentato Massimo Gaggi e Marco Galluzzo sul Corriere di ieri), di
ignorare soprattutto il riposizionamento strategico della Russia per
la quale, ora, gli occidentali sono di nuovo potenziali nemici. Il
ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, nella sua intervista al
Corriere , dice che occorre garantire sia l’autonomia ucraina che
il ruolo della Russia. Gentiloni è un politico solido e competente
(e pensiamo sia un bene che guidi la Farnesina in un momento così
delicato) ma nel caso ucraino la sua ricetta, sfortunatamente, appare
un po’ astratta e fuori tempo massimo.
Più
in generale, sembra che in questa crisi la classe politica
italiana (Renzi
e il suo governo, Berlusconi) sia in Europa la più restia di tutte a
prendere atto del fatto che, in politica internazionale, non contano
solo gli affari.
E veniamo al caso per noi più inquietante di tutti, quello dello Stato islamico. Ormai continuamente il Califfo ripete che prima o poi arriverà a conquistare Roma, e il fotomontaggio di una Roma in cui sventolano le bandiere nere dello Stato islamico circola da mesi in Rete. Chi fa spallucce, chi pensa che si tratti solo di una sbruffonata, ha capito ben poco. Mai come in questo caso è lecito dire che l’ignoranza uccide. Già, perché il Califfo non sta facendo una sbruffonata a caso: sta citando, nientemeno, il Profeta, sta citando il detto attribuito a Maometto secondo cui arriverà un giorno in cui Roma, il centro della cristianità occidentale, cadrà in mani islamiche. Tanti musulmani, di tendenze pacifiche, hanno sempre pensato a quella profezia proiettandola in un futuro lontano e indefinito. Invece, lo Stato islamico sta dicendo ai musulmani di tutto il mondo che il momento di prendere Roma si avvicina e che questo verrà fatto con le armi. Diciamo che fischiettare o fare spallucce di fronte a una dichiarazione di guerra non sono gesti appropriati.
L’Italia pubblica è per lo più in preda al wishful thinking ma ci sono, fortunatamente, delle eccezioni. A cominciare dal presidente della Repubblica. Il suo discorso del 4 novembre sui pericoli che stiamo correndo richiedeva una discussione meditata, non solo applausi di circostanza.
E veniamo al caso per noi più inquietante di tutti, quello dello Stato islamico. Ormai continuamente il Califfo ripete che prima o poi arriverà a conquistare Roma, e il fotomontaggio di una Roma in cui sventolano le bandiere nere dello Stato islamico circola da mesi in Rete. Chi fa spallucce, chi pensa che si tratti solo di una sbruffonata, ha capito ben poco. Mai come in questo caso è lecito dire che l’ignoranza uccide. Già, perché il Califfo non sta facendo una sbruffonata a caso: sta citando, nientemeno, il Profeta, sta citando il detto attribuito a Maometto secondo cui arriverà un giorno in cui Roma, il centro della cristianità occidentale, cadrà in mani islamiche. Tanti musulmani, di tendenze pacifiche, hanno sempre pensato a quella profezia proiettandola in un futuro lontano e indefinito. Invece, lo Stato islamico sta dicendo ai musulmani di tutto il mondo che il momento di prendere Roma si avvicina e che questo verrà fatto con le armi. Diciamo che fischiettare o fare spallucce di fronte a una dichiarazione di guerra non sono gesti appropriati.
L’Italia pubblica è per lo più in preda al wishful thinking ma ci sono, fortunatamente, delle eccezioni. A cominciare dal presidente della Repubblica. Il suo discorso del 4 novembre sui pericoli che stiamo correndo richiedeva una discussione meditata, non solo applausi di circostanza.
E
ha ragione il ministro della Difesa Roberta Pinotti quando,
proprio appellandosi alle cose dette da Napolitano, invita la classe
politica a non trattare le forze armate come se fossero un qualunque
settore di spesa pubblica improduttiva: da sottoporre a tagli anche a
costo di indebolirne le capacità operative. Le nuove minacce, dallo
Stato islamico al caos libico (minacce, peraltro, strettamente
connesse) richiedono che non si facciano scelte miopi e
autolesioniste in un così delicato settore.
C’è uno scollamento preoccupante fra la realtà e le «narrazioni» pubbliche su di essa. Ridurre il divario fra il mondo come è e la nostra rappresentazione del mondo è essenziale per la nostra sicurezza.
C’è uno scollamento preoccupante fra la realtà e le «narrazioni» pubbliche su di essa. Ridurre il divario fra il mondo come è e la nostra rappresentazione del mondo è essenziale per la nostra sicurezza.

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